Takeover, game over

Dopo la trionfale e trionfante Leopolda 2014, quella che ha incoronato il nuovo Grande Motivatore degli italiani, il loro psico-trainer oltre che capo scout, è maturo il tempo per alcune riflessioni, tra il contingente e lo strutturale. A partire da una espressione molto pregnante usata dallo stesso Renzi, circa la sua presa del potere.

“Nel 2011 ho capito che il paese era scalabile”, ha detto Renzi alla Leopolda. Questo è un concetto che dovrebbe stare molto a cuore a chi coltiva ideali vagamente liberali. E’ come per le imprese, oltre che per i partiti e per tutte le organizzazioni complesse che operano in un contesto che si vorrebbe competitivo. Si chiama contendibilità, è il principio a cui tutti dovremmo tendere, per favorire il ricambio ed impedire che rendite di posizione finiscano con l’uccidere l’organismo sociale a cui partecipiamo. E per Renzi è stato esattamente così: ha colto il momento giusto, quello dello sfinimento e della progressiva decomposizione del paese e dello stesso Partito democratico, sfiancati da parassitismi ed incapacità di innovare.

E quindi è arrivato il takeover, la scalata, prima al partito e poi al governo. Entrambe andate a segno, come confermato plasticamente anche dalla manifestazione della Cgil a Roma, sabato, che al di là della buona fede e dello spunto giovanile e giovanilista (anche attraverso occultamento nelle retrovie della componente -maggioritaria- dei pensionati) è apparsa come qualcosa di mummificato, posticcio, anacronistico. E come dimostrato anche dalla espressione facciale di Rosy Bindi a SkyTg24 (rapidamente avviato a diventare l’house organ del renzismo, ahimè), dopo il match con la pur banale ed inconsistente Debora Serracchiani e, soprattutto, con Mario Sechi, le cui domande hanno fatto emergere in modo impietoso le contraddizioni non solo e non tanto della Bindi quanto di una intera generazione di scoppiati notabili di partito. Tra i due non è mai corso buon sangue ma a noi la Bindi ha fatto pena, con quel suo viso cromaticamente a scacchiera, terreo e paonazzo. Per una volta, anche in Italia, il passato sembra passare.

Il takeover del Pd è avvenuto con un “veicolo”, per restare in tema: la Leopolda. Che è visto come il momento in cui la leggendaria “società civile” si aggrega intorno al leader motivatore, in un assai democratico brainstorming collettivo che fornisce la suggestione (e l’illusione) del movimento dal basso e non della Tavola della Legge calata dall’alto. Altro punto per Renzi, che è riuscito in un colpo solo a preservare e rivitalizzare il rito collettivo e “progressista” dell’assemblearismo in positivo e non come momento di cazzeggio collettivo. Ed è pure riuscito a strappare dalle mani della “vecchia sinistra” il concetto di “società civile”, a dirla tutta. E se la Leopolda è il nuovo “veicolo” ad uso della “società civile” e non un ammuffito catafalco partitico, ecco che è più facile invitarvi personaggi che, per il ruolo istituzionale che ricoprono, mai dovrebbero mettere piede in manifestazioni simili. Come il presidente della Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, o la capo-gabelliera Rossella Orlandi, che Repubblica riesce a mettere in uno slideshow tra coloro che “creano posti di lavoro” (parlando di stampa asservita od ottusa). Ma che volete che sia la forma, quando la sostanza è già decomposta da tempo?

Tutto bene, quindi? No. Il problema è la declinazione “operativa” delle idee di Renzi. Intanto, il caposaldo del pensiero renziano è che gli italiani risparmiano troppo perché hanno paura del futuro. Avranno mica ragione, visto che il paese sta sbriciolandosi oltre ad essere il più anziano al mondo, caratteristica che in troppi ignorano o sottovalutano, al momento di realizzare audaci piani di politica economica e stimarne l’impatto effettivo? Come che sia, la linea di pensiero di Renzi è molto netta: il paese non consuma ma risparmia. Invece, il paese deve consumare, con le buone o le cattive. Le “buone” sono idee finto libertarie come l’immissione in busta paga del Tfr; le “cattive”, anzi le oscene, sono l’equiparazione del risparmio, incluso quello previdenziale, al concetto di “rendita”. Da qui le indecenti manovre al raddoppio della fiscalità sulla previdenza complementare ma anche all’aumento di tassazione della rivalutazione del Tfr che il lavoratore non intende utilizzare. Il tutto salvando dalla scure fiscale il debito pubblico, per motivazioni che con l’equità nulla c’entrano, con buona pace del governo che farebbe “cose di sinistra”, per alcuni nostri tassonomi frequentatori di salotti. E nulla c’entrano neppure col finanziamento di investimenti per la crescita, a dirla tutta.

Qualcuno dovrebbe informare Renzi che il risparmio è cosa maledettamente seria e che giocare con esso è giocare col fuoco, oltre che con quanto resta del futuro di questo paese. Ma tutta la manovra di Renzi, “consumate o vi tasseremo a sangue”, è profondamente contro natura e sarà duramente punita dalla realtà, purtroppo per noi quando sarà troppo tardi. Questo tentativo di fare consumare gli italiani, con le buone o con le cattive, è figlio illegittimo del fallimento del bonus da 80 euro, sulle cui virtù taumaturgiche Renzi aveva pesantemente scommesso, al di là del carattere sghembo ed irrazionale della misura (mancata considerazione degli incapienti), oltre che del suo lezzo di incostituzionalità per la discriminazione ai danni di redditi pienamente equivalenti (quelli da pensione, nello specifico), motivo per cui è rimasto classificato nel bilancio dello Stato come spesa pubblica e non come riduzione di imposte. Quella operazione è ormai fallita ma continuerà ad ingessare il bilancio pubblico italiano, assumendo carattere di conclamata nocività. Per il 2015 quel bonus sarà coperto con deficit ma nel 2016 saranno guai seri, se il paese non dovesse essere risucchiato da una improbabile crescita europea, e quindi produrre gettito fiscale aggiuntivo in modo spontaneo.

Ma Renzi non sarebbe il Grande Motivatore (o il Grande Imbonitore) che è, se non ripetesse ossessivamente alcuni messaggi chiave fino al punto da conficcarli nelle menti degli indifesi telespettatori, con la complicità attiva di un sistema mediatico che non si capisce se sia più ignorante o cinicamente asservito al premier, come mai si è visto; neppure ai tempi di Berlusconi, che pure viveva immerso nel conflitto di interesse di possedere e controllare il sistema televisivo italiano quasi nella sua interezza. Ed ecco quindi che Renzi insiste a dire che la legge di Stabilità è “la più grande operazione di taglio di tasse della storia della Repubblica”, oppure che essa contiene “diciotto miliardi di tagli di tasse”. E voi avete di che sgolarvi e mostrare che solo un ubriaco o un ignorante (o un soggetto in malafede) sosterrebbe una cosa del genere, dati alla mano, inclusi quelli governativi. Niente, il messaggio deve passare. Poi, va da sé, per salvare i conti si è costretti ad autentiche sconcezze come il rinvio di due anni d’imposta degli sgravi Irap o mettere imposte retroattive ovunque, o la stessa cancellazione dello sgravio Irap per il 2014. Questo è l’equivalente di spararsi nelle gonadi, in termini di credibilità verso i potenziali investitori esteri, però vedrete che riusciremo a trovare qualche fighissimo golden boy della finanza, con pashmina d’ordinanza, che ci spiegherà che la colpa di tutto è del sindacato, e non di uno stato che più che sovrano è fiscalmente tiranno e fascisteggiante.

Ovviamente, Renzi non è il Messia: non può risollevare le condizioni drammatiche e difficilmente reversibili in cui si trova l’Italia. La tragedia è che non vi siano alternative praticabili, nell’ambito del paese. Già credere che imponendo di consumare ad un paese anziano e stremato sia possibile avviare un circolo virtuoso di crescita di lungo periodo richiederebbe l’uso di un etilometro. Il rischio concreto è che questo “esperimento” produca danni di lungo periodo o più propriamente irreparabili, inverando la fiaba nera del paese che divorò se stesso. E dal takeover al game over il passo sarà compiuto.

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