Tante fiabe renziane (in busta paga), come è finita

Ma voi lo ricordate, il furioso dibattito sull’anticipo del Tfr in busta paga? Ricordate l’enorme potenziale della misura, modello libertario come pochi altri, che libera dal bisogno o consente di privilegiare più consumi, in caso vi pungesse vaghezza di titillare il vostro lato epicureo? Datemi un Tfr in busta paga e solleverò il mondo. Come spesso accade nel dibattito pubblico italiano, fatto di crassa ignoranza e propaganda d’accatto, anche questo “esperimento” appare ben avviato a finire nella spazzatura della piccola storia di un paese di parolai.

Vi sovviene il grido di battaglia programmatico del nostro dinamico premier?

Usare i “soldi che arrivano dall’Europa, quelli che chiamiamo i soldi di Draghi”, per spingere le imprese ad anticipare il Tfr nella busta paga dei dipendenti. Liberando, spiega il premier Matteo Renzi, “per uno che guadagna 1.300 euro, un altro centinaio di euro al mese che uniti agli 80 euro inizia a fare una bella dote”. La proposta comincia a prendere corpo nell’intervista di Renzi a Ballarò. Il governo – aveva spiegato ieri Renzi – lavora “perché il Tfr possa essere inserito dal primo gennaio 2015 nelle buste paga, attraverso un protocollo fra Associazione bancaria italiana, Confindustria e governo per consentire un ulteriore scatto del potere di acquisto”. Ma c’è un problema, che il presidente del consiglio solleva: “se diamo il Tfr in busta paga si crea un problema di liquidità per le imprese”. E dunque “stiamo pensando di dare i soldi che arrivano dalla Bce alle pmi per i lavoratori” (Ansa, 30 settembre 2014)

Il primo gennaio. “Una bella dote”, e pazienza che in un caso (gli 80 euro) si trattasse di una irrazionale regalia di soldi pubblici, e nel secondo caso di reddito proprio del lavoratore, pur se differito. Lo “scatto del potere d’acquisto”, o meglio il paese che divorò se stesso. Ma era il periodo della Grande Siccità, e Renzi era intimamente convinto che servisse portare il cavallo alla fonte e costringerlo a bere, a suon di tasse sui risparmi.

E ricordate anche le profonde elucubrazioni “liberiste” di qualche stralunato ingegnere sociale, che aveva sposato appieno la tesi della idratazione forzata del paziente-cavallo che non intende bere?

«Il TFR obbliga i lavoratori a risparmiare, ma noi oggi per rimettere in moto la nostra economia abbiamo bisogno di ridurre la propensione delle famiglie al risparmio, di promuovere la loro propensione al consumo. E poi, se anche una persona intende risparmiare, perché vincolarla a prestare i propri risparmi al datore di lavoro? Il principio europeo della libera concorrenza nel mercato dei capitali non imporrebbe di lasciarla libera di investirli dove le pare?» (Pietro Ichino, 9 ottobre 2014)

Renzin dimonio con occhi di bragia, batte col remo qualunque s’adagia e non consuma. Ma era tuttavia importante che gli anticipi del Tfr avvenissero in modo fiscalmente neutro, e così fu solennemente sancito e promesso. Sino al cambio di idea. S’impose quindi la necessità di creare una narrativa che giustificasse la tassazione ad aliquota marginale delle somme giunte in busta paga, e di tutti i danni collaterali da esse indotti. Si creò allora l’immagine del “microcredito” più vantaggioso, pur nella maggiore tassazione, rispetto al credito ufficiale, quello al consumo. Il cielo stava decisamente virando al blu intenso. Restava l’ultimo problema, quello del costo del credito erogato dalle banche alle imprese che anticipavano il Tfr ai propri dipendenti.

Ma che problema c’era? Non si dovevano usare “i soldi della Bce”? In alternativa, una bella convenzione con l’Associazione bancaria Italiana, in modo che alle aziende venisse praticato, sui prestiti che finanziano l’erogazione del Tfr, un tasso pari a quello della rivalutazione del Tfr medesimo, garantito da apposito fondo costituito presso l’Inps. Nel frattempo, i cittadini potenzialmente interessati si sono accorti che questo “microcredito” è in realtà una forma di taglieggiamento fiscale. Ma, oltre a ciò, pare che manchi anche l’accordo-quadro con Abi. E come mai? Ennesima manifestazione di annuncite e di miracolismo, con l’intendenza a seguire e che non segue?

Ma che importa. Nel frattempo, nuove narrative sono comparse all’orizzonte. L’economia che riparte, grazie al governo Renzi che con la sola imposizione delle slides fa dimezzare il prezzo del petrolio e deprezzare il cambio dell’euro (non lo sapevate? Draghi si è innamorato delle riforme di Renzi e ha deciso di lanciare un QE da 1.100 miliardi). Ora il Tfr in busta paga è così terribilmente fuori moda, signora mia. Ora parliamo di exploit di produzione industriale anche quando la medesima crolla. Creiamo occupazione anche quando la distruggiamo ed abbiamo elevato ricorso al tempo parziale involontario perché non si può fare altrimenti. Però stiamo facendo la storia, con o senza Tfr: cocoriti, scimmiette e disc jockey cantano sui tetti e sulle antenne, è il loro magic moment. Chi ha più bisogno di andare ai talk e sbraitare sul Tfr in busta paga che combatte i mali del mondo? Ma resta il canovaccio di base: talk politici ed “approfondimenti” giornalistici inzeppati di guelfi, ghibellini e (soprattutto) c0glioncini, che pontificano sul nulla raccogliendo punti-fedeltà, che possono sempre servire.

Ad esempio, oggi abbiamo l’ultimo grido di spin, il modello primavera-estate. Una amorevole mancetta:

E una grande innovazione, la «carta del prof.», i docenti avranno 500 euro da spendere per la propria formazione, «perché un buon insegnante deve saper migliorare sé stesso». E quindi avranno «50 euro al mese per dieci mesi, per comprare biglietti di teatri, concerti e altro. Insomma il messaggio è mettetevi in gioco».

“Mettetevi in gioco”. “Una bella dote”. “Tanta roba”. Qui si fa la storia o si muore. E tu sei un povero dilettante, ovunque ti trovi ora, caro Achille Lauro.

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