Perché no a questa austerità

Tuesday, 22 January, 2013

in Discussioni, Economia & Mercato, Italia, Unione Europea

Alcune osservazioni critiche di Alberto Bisin all’avversione del vostro titolare per questa forma di austerità e per i rischi che essa implica, illustrati ne “La cura letale“, sono occasione per tentare una puntualizzazione definitiva (o quasi) della materia, per tentare di porre fine ad alcune polemiche ed etichettamenti ormai piuttosto stucchevoli, nel teatrino social che ha ormai stabilmente affiancato quello della politica. Il tutto cercando di tenere l’occhio sulla realtà fattuale, ché non guasta.

Scrive Alberto, in un commento Facebook:

«Come fai a non vedere l’inconsistenza temporale del ragionamento anti-austerità che fai? L’uomo che sta morendo di cirrosi ha bisogno del trapianto di fegato e fa fatica bestiale a smettere di bere, ma non è bene darglielo, il trapianto, se non ha smesso. E questo non in generale, ma perché sappiamo che l’alcol è addictive, cioè sappiamo con (quasi) certezza che se non smette prima non lo farà dopo (vedi George Best). L’Italia ha un sistema istituzionale, politico,…che tende agli eccessi di spesa. Lo sappiamo. Dire che oggi è dura smettere di spendere e chiedere il trapianto basato sulla promessa è semplicemente non credibile»

A questa obiezione di tipo sanitario sarebbe anche troppo facile rispondere sulla stessa falsariga, dicendo che portare in palestra un soggetto gravemente denutrito implica un elevato rischio di morte del soggetto medesimo. Il problema, par di capire dal ragionamento di Alberto, è il do ut des tra riforme e tagli di spesa (la lotta all’alcolismo) contro aiuti (il trapianto del fegato). Chiediamoci, preliminarmente, se l’Italia spende troppo. Siamo davvero certi di ciò? A noi sembra che il problema italiano sia soprattutto uno di bassa qualità della spesa. Spendiamo male, più che troppo. E siamo in una traiettoria potenzialmente letale perché il peso della spesa per interessi sul totale degli esborsi è aumentato in modo molto rilevante, scavando un terribile cuneo sulla capacità del paese di destinare spesa alla crescita, sia direttamente (tramite investimenti pubblici) che indirettamente, tramite una rete di welfare che comunque serve. Oltre al fatto che non siamo riusciti a crescere per oltre un quindicennio.

Prosegue Alberto:

«Poi perché dici che gli economisti hanno sottovalutato i danni dell’austerità? Non è vero. E’ la sua necessità a non essere compresa. Poi, che si sia fatta su tasse invece che su spesa è follia. Perché col carico fiscale al 45% alzare le tasse è estremamente distorsivo (recessivo) mentre con la spesa al 50% è inefficiente, se i tagli son fatti bene sono meno recessivi perché tagli spesa non produttiva»

Anche qui, in astratto, il ragionamento è impeccabile. Chiediamoci però in quali condizioni ciò avviene: nell’ambito di una stretta fiscale senza precedenti in Europa, che ha finito col mettere in ginocchio la seconda area economica del pianeta, con ramificazioni planetarie. Il tutto perché l’egemone continentale, la Germania, è stato colto da ansia e ha deciso di minimizzare il rischio di propria partecipazione a salvataggi pubblici di altri paesi, imponendo un movimento di rientro dal deficit che è semplicemente folle, per magnitudine. Bisin (e non solo lui) dovrebbe chiedersi per quale motivo in Eurozona stiamo ottenendo esiti sinistramente simili tra paesi differenti.

Ad esempio, perché anche i paesi che avevano scelto il taglio di spesa come strumento di elezione del consolidamento (ad esempio, il Portogallo) hanno poi dovuto capitolare sull’aumento di entrate, mettendosi una corda al collo e stringendo. Per tacere della Spagna, che sino a qualche mese addietro qualche editorialista italiano ancora indicava come modello per noi. Altra cosa che si tende a dimenticare è che la crisi è sistemica: nessuno ne può uscire da solo, nemmeno il valoroso paese che si riforma dalle fondamenta in direzione esclusivamente supply side. Eppure, non dovrebbe essere così difficile comprendere che siamo in un contesto in cui la recessione si autorinforza, vista la compenetrazione economica tra i paesi dell’Eurozona. Fate un esperimento di pensiero: fate tagliare la spesa per 5 o 6 punti di Pil a paesi che rappresentano un unico sistema economico, e poi vediamo dove vi porterà la successiva “crescita” basata sulla fiducia.

E’ pacifico che aumenti di pressione fiscale sono molto più distorsivi di tagli di spesa “improduttiva”. Ma identificare la spesa “improduttiva” non è così immediato. Tra le grandi aree di spesa pubblica del nostro paese, quella pensionistica è stata pesantemente incisa con la riforma Fornero. Qualcuno può realisticamente negare che questo sia un taglio di spesa? Chi sostiene che l’incidenza della spesa pensionistica su Pil è ancora troppo elevata, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di dire che queste riforme non vanno a regime immediatamente. Se poi obiettivo è quello di applicare una correzione contributiva agli assegni pensionistici più elevati calcolati col retributivo, e sia. Ma se le risorse vanno a chiudere deficit anziché a ridurre imposte, si torna all’inizio, cioè alla recessione. No way.

Che dire delle altre grandi aree di spesa pubblica? Quella sanitaria non è elevata, checché se ne dica, sia rispetto alla media europea che in assoluto. E’ dura crederlo, ma è così. Riguardo gli stipendi pubblici, giova ricordare che essi sono ancora nominalmente bloccati, quindi in calo in termini reali. Non si può dire che non si sia intervenuto anche in questo ambito, no?

Sulla via scelta da Mario Monti per attuare la correzione, il cosiddetto eccesso di tasse, oggi il premier uscente replica sul Financial Times alle critiche di ieri di Wofgang Münchau, e lo fa affermando che non vi fossero reali alternative. Personalmente, tendo a credergli. In un arco temporale così esiguo, mettere mano a grandi riforme dal lato della spesa è pressoché impensabile e peraltro tutti sappiamo che, nei sistemi democratici, gli special interests tendono a bloccare interventi sulla spesa costringendo i governi a ripiegare sugli aumenti di entrate. A ciò si aggiunge l’estrema urgenza di una manovra imposta dall’Europa e da Berlino, ed in casi come questi la risposta tende ad essere quasi obbligata, come ha evidenziato mesi addietro anche Mario Draghi: taglio di investimenti pubblici ed aumento di entrate. Monti ha certamente commesso errori, ma il contesto ambientale in cui si muoveva era fortemente vincolato e condizionante. Questo dovrebbe essere riconosciuto anche da chi opera su modelli stilizzati della realtà.

Oggi sul Corriere c’è una intervista di Federico Fubini a Wolfgang Münchau, nel quale l’associate editor del Ft ribadisce l’accusa mossa a Monti: quella di essere stato prono ai diktat della Cancelleria. Ma Münchau si spinge oltre: arriva a dire che l’Italia avrebbe dovuto minacciare l’uscita dall’euro, per piegare la Germania ai propri desiderata ed ottenere un aggiustamento simmetrico. Questa è una argomentazione molto spericolata, che richiama l’immagine del terrorista che prende ostaggi in un centro commerciale, con una cintura esplosiva legata in vita. La sola divulgazione della minaccia avrebbe causato uno tsunami sui mercati, da cui saremmo stati travolti per primi. E se ci fossimo mostrati una tigre di carta, saremmo egualmente stati puniti con un drammatico calo di credibilità, politica prima che economica. Se queste sono le argomentazioni di Münchau, forse conviene che egli si applichi a trovarne di più solide, non prima di essersi chiesto (e non solo lui) perché dall’euro non è ancora uscito nessuno.

Sul consolidamento fiscale (la celebre “austerità”), la posizione di chi scrive è netta: esso deve avvenire, ma con un passo significativamente più blando, dell’ordine di un punto di Pil annuo, non oltre, per non avvitarsi. Se questo possa dirsi keynesismo, è problema esclusivamente vostro, non mio. Ma anche così, servono meccanismi comunitari di trasferimento a vantaggio dei paesi che stanno consolidando e riformando, perché diversamente non se ne esce. La Germania si renderà presto conto che quei trasferimenti sono e saranno in atto, in Grecia come altrove, perché altrimenti crollerà tutto. Date tempo, e la realtà li prenderà a ceffoni in pieno volto, mettendoli di fronte alla scelta tra distruggere (nuovamente) il continente e se stessi o capitolare al realismo, allentando la stretta.

Ultimo punto della replica a Bisin: le riforme di struttura sono costose nel breve-medio termine. Pertanto si attuano e sono efficaci quando esiste crescita, non quando il Pil si contrae senza posa e si è nel  mezzo di un credit crunch bancario. E’ agevole obiettare che, quando c’è crescita, nessuno vuole fare riforme. Vero, ma questa è la realtà dei sistemi democratici, sfortunatamente. E l’incoerenza temporale esiste soprattutto in questa dimensione, ma non sarà il programma di un gruppo di ottimati illuminati a dire alla popolazione come agire “razionalmente”, temo. A Mario Monti non è riuscito, ad esempio.

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